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Prato, il M5S toscano aderisce alla manifestazione Mai più fascismi, mai più deportazioni

Venerdì 6 marzo 2026 · 12:53

Il Movimento 5 Stelle regionale aderisce alla manifestazione Mai più fascismi, mai più deportazioni organizzata dal comitato cittadino che riunisce associazioni, realtà civiche e forze politiche per ribadire i valori della democrazia e della memoria antifascista della città. Al presidio, che si terrà in un luogo simbolico della storia cittadina come piazza delle Carceri e che è nato anche in risposta al corteo per la remigrazione organizzato dal gruppo di estrema destra Etruria 14, parteciperanno il deputato Andrea Quartini, il capogruppo in Regione Luca Rossi Romanelli e l'ex assessora al Comune di Prato Chiara Bartolini.

«La scelta della data è fortemente simbolica in un senso negativo: il 7 marzo ricorre infatti la commemorazione del rastrellamento del 1944, avvenuto dopo il grande sciopero nazionale contro il regime nazista, nel quale furono deportati 123 cittadini pratesi– spiega Luca Rossi Romanelli – da quella tragedia è nato negli anni anche il gemellaggio con la città austriaca di Ebensee, dove era situato uno dei campi di lavoro in cui furono deportati molti pratesi. Ogni anno il 7 marzo la città ricorda questo crimine con iniziative e cerimonie istituzionali: quella della destra è una provocazione organizzata scientemente. I cittadini di Prato devono reagire perché la memoria di una ferita dolorosissima per la città e le famiglie pratesi deve appartenere a tutta Prato e non può essere piegata a iniziative di stampo para-fascista».

«Scegliere il 7 marzo per organizzare una marcia che richiama parole d’ordine come remigrazione rappresenta una provocazione grave verso la nostra città e verso la nostra memoria civile – dichiara l’ex assessora del Movimento 5 Stelle al Comune di Prato Chiara Bartolini – una memoria che, come anche nel mio caso, ha anche un volto personale.

Voglio ricordare Roberto Castellani, sopravvissuto alla deportazione, che per anni è entrato nelle nostre scuole raccontando la propria esperienza e che da bambina mi ha permesso di scoprire una storia che in famiglia era rimasta a lungo sommersa. Anche mio nonno era stato deportato: dopo tanti anni ricordava soprattutto la sete e l’illusione di essere stato preso per lavorare e tornare presto a casa. Lui alla fine era riuscito a tornare vivo. Suo cugino Dino Corsini, invece, non era sopravvissuto a Ebensee, come accadeva a molti deportati costretti a scavare gallerie nella montagna, trasportando macigni nel fango con zoccoli di legno di misure casuali, in condizioni che riducevano l’aspettativa di vita a poche settimane. Anni dopo, durante un viaggio istituzionale nei luoghi della memoria, mi sono trovata davanti ai registri e alle lapidi che custodiscono migliaia di nomi e tra loro c’era anche quello di Dino, insieme a una piccola lapide fatta dai suoi genitori: avevano soltanto lui e hanno scelto di continuare a vivere nel suo ricordo.

In momenti come questi si comprende con chiarezza che la memoria della deportazione non è un esercizio retorico né una ricorrenza formale: è una responsabilità civile che appartiene alla città intera e che chiede rispetto, consapevolezza e misura nel modo in cui si occupa lo spazio pubblico».